OK, wow (+3db 2014)

HHV
Cover Stine Janvin Motland - OK, wow
Text Peter Gebert

Nach zwei Jahren Funkstille meldet sich mit +3dB Records ein einzigartiges Plattenlabel aus Bergen in Norwegen zurück, das dort heimische Künstler auf einer spannungsgeladenen Plattform zwischen Neuer Musik, Improvisation, Noise und Aktionskunst zusammenführt. Ein Grund zum Feiern. Noch einer: Die gesonderte Label-Reihe für Solo-Performer wird fortgesetzt von der Vokalistin Stine Janvin Motland. Diese gab parallel zu »Ok, wow« gerade ihr Solodebüt auf Lasse Marhaugs Label Pica Disc, und wartete dort mit einer unerhörten Verbindung von Stimmkunst und Field Recordings auf. »OK, wow« liefert nach, dass Stine Janvin Motland nicht vom Himmel gefallen ist. Hier lassen ihre Improvisationen Traditionslinien aufscheinen, von Meredith Monk (deren Name hier ein Stück trägt, das mittels Jodeltechnik zu beinahe elektronisch klingenden Sounds führt) über ihre Landsfrau Maja Ratkje (eine der vielen, mit denen sie in zahlreichen Musik- und Theaterprojekten aktiv war und ist) bis zurück zum Post-Dada-Expressionismus eines Jaap Blonk in den beiden rahmenden Stücken, wo sie noch am Ende einen Rohrspatz auspackt, bei dem man feuchte Augen kriegt. Dabei bleibt sie immer sehr nahe an ihrem Instrument, lotet es bis ins Fraktale aus: »Kroken« ist eine Tour de Force aus pulsierenden Untertönen, Girren, Röcheln, die in der Akustik der Bergener Holzkirche aufblühen; in »Fanfare på ferde« spannt sie gar Stille zum Zerreißen an, ein Moment, an dem auch das Kreatürliche der Stimme besonders rührt. Vor allem aber beweist sie immer wieder, dass man Stimme wirklich aufbrechen kann und dies ganz unerwartete Farben zum Vorschein bringt. Das ist anstrengend, zuweilen auch beim Hören, aber von einer bizarren Schönheit, die man so nirgendwo sonst findet.

 

Chain D.L K

http://www.chaindlk.com/reviews/?id=8133

The very first time I listened this amazing Norwegian vocal performer occurred almost by accident as while I was looking something odd in a small music shop in Berlin, I wrongly thought “VC/DC”, a release she made with other three outlandish musicians from her hometown Stavanger, was a sort of a “thrash” parody of something that could be somehow considered as “thrash” as well. I could consider it as a proper lucky mistake, which makes me savour this solo release by vocalist Stine Janvin Motland, who recorded this funny realease in a couple of days in a wooden church outside Bergen. The most interesting aspect of her vocal performances is the way she manages to combine an impressive range of vocal techniques and a certain sense of humour, which shines through many tracks of this recording: for instance, the initial one clearly refers to Mongolian throating that she seems to adapt in a funnily histrionic manner by a sort of suffocated sinewy syllabication, sudden neighs and possible vocal emulations of Mongolian instruments, the high pitched scream on “Herz”, which could smash glasses to smithereens, the gradual burn-out of “Alt det overflodige renner ut” (Norwegian for “all the excess runs out”), the meaningful alternation of afflicted weeping and stillness on “Fanfare”, the transfiguration on “Monk”, where you can sometimes imagine a Buddhist monk in the act of learning Tyrolese yodel (!). You can imagine that Kroken could be some back-country village nearby polar circle where you could die for frostbite while taking a nap after listening to the congealing snore by Motland or have pity on anyone who could experience Motland’s disdain after undeservedly claiming to be a talented soprano while listening to the final “Nicht Jeder Kann Ein Dramatischer Koloratursopran Sein” or you could repeat the album title “Ok, wow” while commenting upon deeply emotional moments like “I” or “II”.

 

Carnage News

Ok, wow è una libera confessione. Domanda da porre non è tanto “che cosa confessa?”, quanto “come confessa?” (dal momento in cui cogliamo il come, intuiamo anche il senso del cosa).

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Quando Jean Cocteau scrisse il testo de La Voix Humaine aveva sicuramente inteso l’altra faccia della voce. Invero vi è, sì, una voce che significa, ma ve ne è anche un’altra che è manifestazione (la manifestazione in tutte le sue forme, persino nell’occultamento, nella cripto-presenza, nelle sue vicende chiaroscurali) al di là della denotazione. Questo secondo tipo di voce (sempre presente e diffuso nel mondo, ma non ancora sufficientemente contemplato dalla nostra civiltà) è il risultato di Stine Janvin Motland (cantante norvegese che lavora con tecniche vocali d’estensione contestualizzando il teatro fisico e l’improvvisazione) con il lavoro OK, wow pubblicato dall’etichetta +3dB. Registrato in due giorni in una piccola chiesa di legno a Bergen, circondata da bambini dell’asilo che scorrazzano per i prati, coperta dalla pioggia, Ok, wow è una libera confessione. Domanda da porre non è tanto “che cosa confessa?”, quanto “come confessa?” (dal momento in cui cogliamo il come, intuiamo anche il senso del cosa). Il lavoro della Motland è una continua emersione della propria persona – mi verrebbe da dire del proprio sé, ma sembrerebbe egoistico; del proprio io? Troppi sedimenti culturali dietro quel pronome;  Sì, è esclusivamente la propria emersione, senza particolari funzioni transitive o genitive. Si prenda il pezzo dal titolo I (prima persona singolare): non ha niente a che vedere con strutture psicologiche, interiorizzanti o solipsistiche. La voce non fa altro che emettere acuti placidi, lievemente tremolanti e continui, come la superficie di un gong una volta percosso (continua a risuonare nel brulichio delle vibrazioni della propria materia), in lunghi “aaaaaaaaaaaaaaaaahaaaaaaaaaaaaaaaaaa…”. Che, se proprio dobbiamo spaccare il capello in quattro e risultare antipatici, è proprio come si pronuncia ‘I’ (‘ai’): la pronuncia, non il significato, è innalzata al ruolo di pietra angolare di un’intera vicenda estetica. Questa è esclusivamente una mia interpretazione, potrebbe anche essere il numero romano I, vista la presenza della traccia II, ma mi piace intenderla alla maniera mia.

Dieci sono le tracce in cui la voce si dipana, si inviluppa, si distorce, si contorce, s’incrina, trema, sobbalza, geme, vibra, risuona e si diffonde.  Il disco è uno scontro diretto, senza tante cerimonie: l’apertura inquietante, che poi altro non è che un’intrusione di qualcosa di già avviato, di Кижи бүрүзү хɵɵмейлеп шыдавас è una lingua antica, un monologo goblin, un rituale ancestrale di proporzioni minuscole, proveniente da dimensioni pagane. L’inquietudine si associa allo sforzo e al fastidio fisici da parte della cantante e dell’ascoltatore – soprattutto in pezzi come Herz (un grido infrangi vetro ad alta intensità) – come in All Ball (angosciante fino al parossismo della stupefacente Kroken: una doppia voce, un doppio suono, una stereofonia di gorgheggi a doppio fondo). Nota di chiusura: come Motland concepisce la fanfara attraverso singulti mozzi (Fanfare) è un nuovo modo di intendere la composizione nella sua fisiognomica – il vero strato, la sostanza di un modo di scrivere musica, si dà a vedere nella sua esecuzione. Per così dire, mostra il proprio volto.

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